| La recensione del nostro redattore Genova, teatro Carlo Felice, “Don Giovanni” di Wolfgang Amadeus Mozart INNAMORARSI DI DON GIOVANNI Nella vita non ci viene mai concessa una seconda opportunità. A me questa volta è successo. Rivedere per la seconda volta dopo pochi giorni il Don Giovanni genovese firmato Livermore è stato utile, perché una volta non basta per uno spettacolo così forte ed emozionante, pieno di idee e trovate innovative, disarmante nel mettere a nudo le tensioni dei personaggi e l’attualità dei sentimenti, spietato nella lucida razionalità dell’analisi. Un esempio. La prima volta mi era parsa poco poetica la scena in cui Donna Anna racconta a Don Ottavio dell’abuso commesso su di lei da Don Giovanni, perché il racconto è visibile sul fondo scena. Invece la trovata di Livermore è geniale e io non c’ero arrivato: Anna racconta a Ottavio che Don Giovanni l’ha ingannata ed ha abusato di lei, quando invece la scena che si vede mostra il contrario, è Anna a sedurre Don Giovanni, è Anna quella che ha voglia di farsi Don Giovanni. Infatti Don Giovanni è in piedi, stupito delle attenzioni di Anna, mentre lei lo abbraccia, lo bacia, lo costringe a terra, gli si piazza sopra e.. fa tutto lei. Il seduttore magari non è dispiaciuto delle attenzioni di lei ma di certo non è in preda all’impeto, come invece racconta Anna per far ingelosire Ottavio e così tramite lui vendicarsi della poca considerazione di Don Giovanni, al quale all’inizio dice “non sperar, se non m’uccidi, ch’io ti lasci fuggir via”. E dunque Anna racconta una verità, la sua verità, che si vede essere una bugia, oppure un sogno, oppure la proiezione di un desiderio. Indubbiamente oggi viviamo un tempo intessuto di menzogne, dove la verità si traveste da bugia oppure da sogno per esistere. E se davvero le parole sono verità che si trasformano in bugie a seconda della coscienza e della volontà di chi le racconta o di chi le ascolta, allora a che serve parlare? Ha ancora un senso credere alle parole degli altri? Don Giovanni è pericolosamente attuale. Altro esempio, il crudamente realistico tentativo di stupro su Zerlina, che però c’è tutto, nella musica e nella parole. E così, a conti fatti, mi ha convinto tutto.. merito anche della direzione di Julia Jones, che mi è sembrata più a suo agio ed ha avuto una buona risposta dall’orchestra. Merito anche dei cantanti. Infatti il secondo cast è di ottimo livello. Il protagonista è un magnetico e dissoluto Pietro Spagnoli, a cui il ruolo è congeniale: registri accurati, tono lirico e profondo, accentazione corretta, fraseggio equilibrato e scorrevole, sempre intenso, misurato nel muoversi e convincente anche nell’aspetto fisico, perfetto per il ruolo pensato dal regista. Bravo in ogni momento Vito Priante (Leporello). Brave Marcella Orsatti Talamanca (una disperata, struggente Elvira) e Myrtò Papatanasiu (Anna), che dà il meglio di sé nello scontro con Don Ottavio del secondo atto: voce estesa, dizione perfetta. Più debole il Don Ottavio di Blagoj Nacoski, applauditissimo dal pubblico e convincente nel cantare “Quel che a lei piace vita mi rende, quel che le incresce morte mi dà. S’ella sospira sospiro anch’io; è mia quell’ira, quel pianto è mio. E non ho bene s’ella non ha”. Sempre bravissimi Marina Comparato e Alex Esposito, gli stessi Zerlina e Masetto della prima: molto divertente la scena nel primo atto in cui si ritrovano e si chiariscono, si baciano, si abbracciano, amoreggiano, poi all’improvviso Masetto si accorge che c’è il pubblico in sala e si vergogna, si scusa e scappa via. Esposito ha davvero una mimica facciale perfetta ed una voce che praticamente non ha difetti. Così la Comparato è un’ottima attrice dalla voce impeccabile. Livermore privilegia la figura di Donna Elvira, sempre presente in scena con le sue replicanti e le valigie (forse perché chi è abbandonato è costretto a un viaggio che non ha scelto), repliche all’infinito delle persone innamorate e per questo ingannate, truffate, di cui ci si approfitta, “in casa mia entri furtivamente.. a forza d’arte, di giuramenti e di lusinghe arrivi a sedurre il cor mio; m’innamori, o crudele! M’abbandoni, mi fuggi, e mi lasci in preda al rimorso e al pianto, per pena forse che t’amai cotanto”. L’apertura di sipario del secondo atto è un’immagine così bella e suggestiva che toglie il fiato, indimenticabile: sulla scalinata che va verso un cielo nuvoloso si stagliano immobili le replicanti, fissate in attimi di eternità, come eterno è il dolore dell’abbandono. Geniale pure la scena del banchetto che è rappresentato con un atto sessuale, puramente fisico. L’azione si sposa perfettamente con le parole cantate, anzi le rende attuali, terribilmente feroci: “che barbaro appetito.. che bocconi da gigante.. lascia ch’io mangi e se ti piace mangia con me.. rèstati barbaro, nel lezzo immondo esempio orribile d’iniquità”.Poi all’arrivo del convitato di pietra le luci al neon lampeggiano impazzite, un corto circuito dell’anima: Don Giovanni proietta fuori di sé i fantasmi che ha dentro, ma, con coraggio e coerenza, non accetta di pentirsi. E allora sprofonda con tutto il palcoscenico e le scene. Rimane una voragine, si vedono solo i muri del Carlo Felice e i riflettori, il teatro messo a nudo, l’uomo messo a nudo. Gli altri cantanti si affacciano sulla voragine, ma Leporello li fa allontanare e isola la zona con il nastro di plastica bianco e rosso, facendo cenno che è pericoloso avvicinarsi. Poi all’improvviso appare un bambino con le fattezze di Don Giovanni, gli altri si stupiscono, provano ad afferrarlo, ma il bambino, più veloce, scappa via. L’inafferrabilità dell’anima, il ritorno di Don Giovanni, il ripetersi perpetuo della storia. Ancora pericolosamente attuale. Perché è, ed è stato, possibile per tutti, una o più volte nella vita, innamorarsi di “Don Giovanni”, di un Don Giovanni archetipo, inteso come tipologia umana, come la persona che ti dice “mi manchi”, oppure “ti voglio bene”, oppure “io sono vicino a te” senza davvero sentirlo nel cuore, e in un tempo breve, ottenuto quello che voleva, cambia idea. E tu, che hai scambiato una intesa perfetta per pari intensità, per equilibrata reciprocità, tu che ci credi ancora, tu che ci hai sempre creduto e ti ostini a pronunciare quelle stesse parole perché da sempre le senti nel cuore, tu fai la figura dello stupido, dell’imbranato, di quello che crede alla verità delle parole, di quello che si innamora per davvero… FRANCESCO RAPACCIONI RIvisto a Genova, teatro Carlo Felice, il 13 novembre 2005 www.teatro.org |
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