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"Il cappello di paglia di Firenze"

di Nino Rota

Genova - Teatro Carlo Felice


E’ felice il recensore quando deve raccontare un’opera come Il cappello di paglia di Firenze a cui ho assistito ieri, domenica 25 novembre, a Genova.
Felice perché il meccanismo di precisione che muove tutta la storia ha funzionato come quello di un orologio svizzero; felice perché il ricco cast ha interpretato con brava disinvoltura la rutilante storia; felice perché il pubblico del – non a caso – Carlo Felice era davvero contento.

Sul fondo completamente nero del palco la scena è un’agile scatola bianca: pareti lucide piene di porte su una piattaforma girevole, pareti che scorrono a vista mentre la piattaforma gira su se stessa diventando l’elegante casa bianca e beige di Fadinard e poi il negozio della Modista, con le lavoranti in blu che cinguettano … svelto vola vola l’ago; quindi una strada di Parigi e poi il palazzotto della Baronessa. A volte il tutto bianco è spezzato da rosso accesso: il divano di Mme la Baronessa e la mise felliniana dei suoi ospiti, le poltroncine in casa di Anaide e il telo di spugna del povero Beaupertius.

E gira la scena, gira e tutti corrono da una porta all’altra, per le strade e le piazze di una Parigi vagamente anni ‘60, e tutti inseguono tutti con l’onnipresente alberello di fior d’arancio che perde le foglie mano a mano e con gli ospiti sempre più stanchi e afflosciati; e tra scarpe strette, bretelle, veli da sposa, brindisi, lacrime, ombrelli e temporali, violinisti dai capelli pieni di lucine, mariti gelosi, sposine spaventate, militari baffuti, invitati brilli, tube e tight il tormentone “Tutto a monte!” tuonato da Nonancourt scandisce i tempi di questa folle giornata, assieme alle lancette del grande orologio bianco che sovrasta la scena e che ogni tanto corrono all’impazzata.

E la musica è un pastiche fantastico, colmo di citazioni serie assemblate con sapienza e ironia in un tutt’uno nuovo e affascinante; c’è Rossini prima di tutto, e poi Verdi e Puccini e Tchaikovsky e Offenbach, Wagner e forse Mascagni, un soffio di Ravel e anche il jazz; e più la musica cita autori seri e seriosi, più i versi del libretto diventano scoppiettanti e quasi irriverenti.

Un cast affiatatissimo racconta il giorno delle nozze di Fadinard ed Elena, un cast che colpisce per la bravura con cui recitano i protagonisti che paiono attori che cantano bene piuttosto che cantanti che sanno anche recitare.

La parte maschile è un filino superiore a quella femminile; ma – francamente – il fare le pulci alle voci è quasi un vezzo accessorio per questa commedia in cui, a parer mio, conta di più il saper porgere un personaggio piuttosto che l’esecuzione perfetta.

Lo sposino Fadinard è l’ottimo Antonio Siragusa, dal timbro squillante e appassionato e dall’impressionante vivacità scenica; allegro e simpatico, giovane e innamorato non si perde mai d’animo davanti ai mille inciampi della lunga giornata cantando, con gusto e ineccepibile dizione, come avrebbero voluto Mascagni e Puccini e Rossini …

Carlo Lepore è il suocero un po’ burbero, paesano, epicureo, geloso dei parigini e che vuole solo la felicità della figlia. Ed è bravo nel piegare la bella e grave voce, morbida e generosa , nelle citazioni rossiniane che infiorettano la sua parte. Lepore è un Nonancourt naturalmente elegante pur senza scarpe e sempre avvinghiato al fior d’arancio via via più spelacchiato.

Il doppio ruolo di Beaupertius, il marito cornuto, e dell’affascinante Emilio, l’amante, tocca a Pietro Spagnoli. Difficile dire se colpisce di più lo Spagnoli attore davvero ben caratterizzato e mai sopra le righe, o il bravo Spagnoli cantante al cui bel timbro caldo e virile tocca l’articolata - e Falstaffiana - aria del dubbio, cantata con seria concentrazione e con i piedi a mollo nella vasca da bagno. Irresistibile!

Thomas Morris caratterizza con gusto e allegria uno Zio Vezinet un po’ svampito, oltre che sordo, con voce acuta e incedere brioso.

Davvero bravo Bruno Lazzaretti nelle eccentriche vesti di Achille Di Rosalba prima, lo snobbone con la R blesa , e nella mantella nera della sentinella febbricitante poi; Lazzaretti fa sì che la caricatura delle due parti eseguite mai diventi eccessiva e sgradevole.

Sul versante femminile Alessandra Marianelli è la sposina. Graziosissima e fisicamente perfetta nel bianco vestitino di Elena – delizioso come tutti costumi tres chic di Silvia Aymonino – pare, però, quella meno disinvolta in scena. Dotata di un timbro dolce e etereo, dai lunghi filati, la giovanissima Marianelli è parsa attenta più alla parte cantata che non alla recitazione.

Vocalmente non ineccepibile, pur simpatica e davvero spigliata nel disegnare la vistosa ed esuberante Anaide in aderentissimo tailleur viola, Laura Cherici si mostra affaticata, con un’emissione fissa e sgradevole.

Francesca Franci è la spassosissima Baronessa di Champigny. Disinvolta e assolutamente padrona del ruolo la Franci sopperisce con piglio e padronanza scenica a qualche intemperanza vocale; alla sua Baronessa, in pigiama palazzo giallo-ocra, tacchi a spillo e pechinese al guinzaglio, basta dire “Pazza che sono!” arricciando il naso, per far ridere una platea intera. Brava!

Buona la prova di Stefano Pisani, l’affaccendato Felice in giacca rossa e guanti bianchi e quella di Eleonora Cilli che veste l’elegante abitino rosa acceso della Modista. Ricordo anche Alessio Bianchini, il Caporale e il cerimonioso Minardi, ovvero Cristiano Puccini, dalla folgorante frase “Io son Minardi, spero che non sia tardi!”

Piacevole e coinvolto il coro diretto da Ciro Visco.

La regia di Damiano Michieletto, con le scene di Paolo Fantin, è snella e veloce - mi pare un omaggio al futurismo - piena di trovate ironiche e mai pese. Un Bravo! a questo giovane regista che ha già dimostrato in poco tempo, e in teatri importanti, come sia piacevole il suo modo di interpretare l’opera lirica.

Veloce è anche la lettura del Maestro Bartoletti, rapida e attenta a tenere ben salde le fila di una vicenda musicale in cui anche il più piccolo particolare ha il suo giusto peso. Strana la valutazione dell’ascolto fatta da due diversi posti: nel primo tempo, al mio posto a metà platea, risultava ben equilibrato il rapporto tra voci e volume orchestrale; nel secondo tempo, curiosa di vedere da vicino i cantanti e seduta in una delle prime file, l’orchestra predominava assolutamente sul canto.

Teatro gremito e pubblico consenziente nel decretare, a Genova, il successo del Cappello di paglia di Firenze che a Firenze, strano destino, mai è stato rappresentato.

Visto a Genova domenica 25 novembre 2007


Marilisa Lazzari

http://www.teatro.org/spettacoli/dettaglio_spettacolo.asp?contrRecensione=OK&id_spettacolo=7559

“Il cappello di paglia di Firenze”

di Nino Rota

Genova, Teatro Carlo Felice

DESIDERIO DI ALLEGRIA E LEGGEREZZA

Il nome di Nino Rota è legato a colonne sonore, ma va ricordato anche per l'abbondante produzione teatrale, risultato di una straordinaria facilità compositiva, di una inesauribile vena melodica e di una conoscenza profonda dell'orchestrazione e della musica. La sua pagina musicale parte dalle premesse dell'Ottocento, le priva delle componenti problematiche e le rende disponibili a gustosi recuperi della tradizione operistica e strumentale.
Ne “Il cappello di paglia di Firenze” (1955) Rota recupera una commedia di Labiche e Michel del 1851 caratterizzata da velocità e da una forsennata sequenza di situazioni, con molta attenzione alle follie mondane, il gusto dell'equivoco e tutto quello che costituisce la quintessenza del teatro leggero. Rota amava l'opera lirica italiana sopra ogni cosa ed inserisce nella partitura un po' di Rossini (lui più di altri, anche nel libretto scritto dallo stesso Rota e da sua mamma Ernestina), di Puccini, dell'ultimo Verdi, nonché echi di Gounod e Strauss. Ma anche il senso della migliore operetta, il gusto per il musical americano, il piacere della commedia italiana.
Dunque “Il cappello” come opera ottocentesca ma con rimandi profondamente novecenteschi. Senza mai scadere nel ridicolo, raccontando di quel cappello, mangiato da un cavallo, fonte di gelosie e inseguimenti, di incredibili avventure, finalmente ritrovato. Comicità e sentimento, opportunamente dosati. Ma anche una morale: il cappello è la rispettabilità. Ciò che cancella il “peccato”. Una specie di assoluzione.

Il giovane regista Damiano Michieletto sottolinea lo sprint dell'opera con giusta moderazione, rendendola particolarmente esilarante ma mai volgare o banale. Ne risulta un vaudeville raffinato e divertente. Complice anche la bella scena girevole che imprime essa stessa uno sprint alla rappresentazione. Si è sottilmente catturati dalla naturalezza di ciò che accade in scena, non solo dalla bellezza dei suoni. Michieletto ha l'abilità di tirare fuori da quest'opera tutto il materiale contenuto, opportunamente smitizzato, in modo intelligente e godibile. Il regista, è da sottolineare, ha a disposizione un cast particolarmente bravo nell'assumere movenze da avanspettacolo e da commedia musicale.
L'impianto scenico del giovane Paolo Fantin, nei colori dominanti di bianco e nero lucidi, è snello ma anche organizzato con precisa attenzione, creando spazi sempre nuovi solo con pareti che si spostano a mano (ogni tanto ci piace il gioco del teatro senza troppa tecnologia) su un impianto fortemente inclinato e girevole. La presenza di un grande orologio sopra il boccascena consente di seguire efficacemente ed immediatamente lo scorrere delle ore di questa “folle giornata”. I costumi di Silvia Aymonino situano l'ambientazione tra gli anni Sessanta e Settanta, mentre le luci di Luciano Novelli sottolineano abilmente i vari ambienti e le diverse situazioni.

Il personaggio principale è Fadinand, che Antonino Siragusa rende ricco di presenza di spirito, estroverso, fantasioso, brillante, un personaggio per metà amoroso e per metà comico. La vocalità di Siragusa si adatta in modo ottimale alla tessitura, dal declamato ai cantabili, dalla languidezza dei fraseggi melodici dell'innamorato alla concitazione per l'affannosa ricerca del cappello. Nessun cedimento in una partitura apparentemente scorrevole ma invero piena di insidie.
Carlo Lepore è Nonancourt, sofferente per le scarpe troppo strette, caratterizzato dal ricorrente proclama “Tutto a monte”.
Pietro Spagnoli è Beaupertuis, tipica figura del marito sospettoso e gabbato, che la gelosia rende irascibile e collerico, ma l'interprete mantiene uno charme da gran signore; Spagnoli personalizza il ruolo, ne fa un adolescente non cresciuto, con quel suo attaccamento alla paperella di gomma nella vasca da bagno, che coccola e accarezza, dispiegando la sua nota capacità attoriale in ogni momento. Ancora irascibile e roboante è Emilio, militare gradasso la cui aggressività via via crescente è sottolineata da frasi musicale che divengono sempre più acute. Ho dovuto controllare due volte il libretto di sala, stentavo a credere che fosse ancora Spagnoli l'interprete di Emilio, reso con tessitura più centrale: Spagnoli riesce a differenziare, attorialmente e vocalmente, i due ruoli in modo eccellente.
Ruolo di spicco per Alessandra Marianelli, che disegna una Elena giovanissima, angelicata e romantica, timida, palliduccia ma con voce piena e bella, ben bilanciata nelle tonalità, facile alle note picchettate e ai gorgheggi. Nelle movenze a tratti è “zerlineggiante” in modo piacevole e misurato, con quell'abituccio da sposa corto.
Perfetta la baronessa di Champigny dell'esperta Francesca Franci, la cui vocalità è improntata più alla recitazione che al canto spiegato: la sua presenza è solo nel secondo atto ma, parodizzando in modo eccellente la figura dell'aristocratica ricca che si atteggia a intellettuale e a mecenate, non è marginale nell'opera.
Meno impegnata Anaide, bene eseguita da Laura Cherici. Con loro Thomas Morris (il sordo zio Vézinet), Stefano Pisani (Felice), Bruno Lazzaretti (Achille di Rosalba), Filippo Balestra (un caporale delle guardie), Cristiano Puccini (il violinista Minardi) ed Eleonora Cilli (la modista).

Bruno Bartoletti ha colto e sottolineato nella partitura le citazioni rossiniane, le cadenze ottocentesche, le melodie pucciniane e tutto quello (tanto) che c'è dentro, riconoscendoli non in quanto espressivi in se stessi, bensì proprio per quello che richiamano, per l'essere citazioni, elementi di tipologie riconosciute e citate. L'orchestra però non è esente da sbavature, come anche il poco preciso coro preparato da Ciro Visco.

Grande successo di pubblico, divertito e soddisfatto in un teatro gremito. Due ore in leggerezza ed allegria ma con il cervello in funzione.

Visto a Genova, Teatro Carlo Felice, il 27 novembre 2007

FRANCESCO RAPACCIONI

mensile per il mondo del melodramma
Gennaio 2008

Siamo folli, dunque siamo
di Giancarlo Landini

Genova 25 novembre 2007


............. Pietro Spagnoli fa una piccola creazione di Emilio, il tenente cornificatore, e di Beaupertuis, il marito cornuto. Nella gestione dei due antitetici personaggi si conferma artista attento che amministra con intelligenza i suoi mezzi e che accoppia la credibile recitazione ad una vocalità fresca. Può così essere duramente burbero nei panni del tenente e stralunato in quelli del consorte becco...........

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