Il Giornale della Toscana

21 Gennaio 2007

La Bohème anni Trenta continua ad entusiasmare

di Marcello De Angelis

....... Più che apprezzabile La prova di
Pietro Spagnoli, meritatamente sottolineata dal pubblico, nel ruolo del pittore Marcello, ottimo anche per la compostezza scenica, in perfetto equilibrio con i compagni di strada. .......







Il Corriere di Firenze

21 Gennaio 2007

La Bohème fa il tutto esaurito

di Rossella Rossi

...... Più schietta la coppia Marcello - Musetta. Il primo interpretato con nerbo e fresca disinvoltura, oltre che con una godibile qualità timbrica, da
Pietro Spagnoli, ha assecondato la Musetta di Donata D'Annunzio Lombardi (chiamata a sostituire Margarita De Arellano), che nel ben disegnato ruolo vocale esaspera ad arte il ruolo coquette del personaggio. ........









Firenze

21 Gennaio 2007

Stavolta è una Bohème soprattutto di buone voci


....... Infatti Roberto Aronica - veterano dell'allestimento, essendo stato il doppio di Roberto Alagna dodici anni fa - canta con sicurezza e bell'affondo un Rodolfo misurato, civile, che non mira a strappare l'applauso facile ma a comprendere la natura del suo personaggio. Altrettanto fanno il saldo Marcello di
Pietro Spagnoli, la Musetta tutta bollicine di champagne di Donata D'annunzio Lombardi, e Anja Harteros, Mimì arrendevole............









24 Gennaio 2007

Struggente Bohème. Ma l'emozione è rimasta fuori

di Giuseppe Rossi


....... Più efficaci il vivace Marcello di
Pietro Spagnoli e la Frizzante Musetta di Donata D'Annunzio Lombardi, ........









mensile per il mondo del melodramma
Dicembre 2007

L'amore morirà d'inverno
di Davide Annachini

Firenze 19 gennaio 2007


.......... Se la coppia dei personaggi faticava a coinvolgere, più disinvolti sono risultati il Marcello estroverso e dal canto levigato di
Pietro Spagnoli, la Musetta piccante ............... di Donata D'Annunzio Lombardi.............







http://www.oltrecultura.it/Boheme_maggio_fiorentino.htm

Una Bohème lirica e decadente entusiasma la Maggio Musicale Fiorentino. Accurata regia, splendile scene e vivida resa musicale.
 
Una Bohème ambientata negli anni ’30, quella che ha inaugurato la stagione del Maggio Fiorentino al Comunale di Firenze; l’epoca che compiangeva, perciò, la perdita del grande Maestro Lucchese, che, com'è noto sopraggiunse nel 1924 mentre egli era intento ad ultimare Turandot.
Ebbene, pur traslata in pieno verismo musicale, la realizzazione proposta da Franco Barlozzetti riprendendo una storia regia di Jonathan Miller e diretta da Stefano Ranzani,  è stata esemplarmente decadente, senza ingravescenze veriste.
E’ come se si fosse voluto produrre un’esemplare di riferimento per il grande capolavoro pucciniano databile nell’immediato periodo seguito alla scomparsa del mitico autore,quasi a voler arginare derive e corruzioni del tempo e del cattivo gusto.



Nell’anno che celebra il cinquantenario della perdita di un grande direttore come Arturo Toscanini, l’esecuzione musicale e non solo a cui abbiamo assistito a Firenze, potrebbe  anche essere letta in chiave di omaggio a quello stile interpretativo rigoroso, serrato e per nulla indulgente con licenziosità canore di stelle dell’ugola.
Tradizionali quanto efficaci le scene di Dante Ferretti, alle prese con le ridotte dimensioni del palco del Comunale, non ha abdicato all’idea di mostrarci una Parigi anni ’30, una mansarda alle pareti della quale campeggiava un poster di Jean Harlow, una  taverna alla frontiera del dazio dove Marcello dipinge manifesti pubblicitari del vino Dubonnet (“Vine Tonique au Quinquina” secondo la pubblicità del tempo).
Dal premio Oscar 2005 per le scene, non ci si poteva attendere  meno che una raffinata e meticolosa  scenografia.



Pietro Spagnoli, Roberto Aronica, Rafal Siwik,
Massimiliano Gagliardo

Poco interessa che negli anni '30 la diffusione dell'illuminazione elettrica fosse tale da rendere improbabile l'uso di flebili candele dalla fiamma arrendevole ad ogni soffio di vento; le fatture allora come oggi andavano onorate e chissà che quattro studenti non avessero avuto qualche difficoltà a saldare i conti energetici. Sia quel che sia sarebbe poco poetico se la luce si spegnesse per un distacco da morosità; che restino pure le candele.
La direzione di Stefano Ranzani, si diceva, ha scelto l’essenzialità e la filologia, alla quale la compagnia di canto, quasi interamente, si è convintamente adeguata.
Roberto Aronica è un tenore lirico affidabile ed ha impersonato un Rodolfo che di certo la partitura non vuole eroico o epico e meno ancora tale lo esigono il libretto e le opere letterarie antecedenti di Murger.
Virilmente sentimentale, ci verrebbe da definire il personaggio, con le proprie paure pari soltanto alle utopie; così è emerso dalla interpretazione di Aronica e, se generosamente perdoniamo al cantante qualche vocale un po’ tropo stretta nell’acuto che a tratti ha nasalizzato l’emissione, dobbiamo proprio ritenerci appagati dall’interpretazione.
Pietro Spagnoli è un baritono ormai non più emergente perchè saldamente veleggiante tra successi internazionali, lo attendevamo in un repertorio che non gli è consueto e, dobbiamo rilevare che non ha deluso, adoperando la professionalità laddove l’indole probabilmente lo avrebbe indotto a qualche sottolineatura maggiore: non possiamo che complimentarci.
Marcello è un ruolo solo apparentemente minore per un baritono, Puccini è vero che non gli affidi una romanza vera e propria, ma lo carica di funzioni drammaturgiche rilevanti e solo nel quarto quadro gli consente di liberare la piena cantabilità nel duetto con Rodolfo. Ottima recitazione e bel colore schiettamente lirico hanno contraddistinto il pittore bohemienne di
Spagnoli,  il quale ci ha indotti a immaginare il personaggio come un rampollo di una nobile famiglia parigina in cerca di indipendenza a costo di qualsiasi sacrificio.



Donata D'Annunzio Lombardi

Musetta, come si sa, è un ruolo molto sacrificato da Illica e Giacosa e nell’opera pucciniana
viene catapultata nel secondo quadro nel tourbillon del quartiere latino, viene mostrata come moralmente non irreprensibile e ha a disposizione una ventina di battute nel finale per costruire un peso drammatico.
Donata D’Annunzio Lombardi è stata efficace nello sbalzare il carattere malizioso nel celebre “valzer”, in cui, anche grazie a Ranzani, ha saputo inserire una impalpabile  nota di dolente umanità; squillante vocalità da lirico leggero, quella della fulva e pepata cantante che attendiamo in maggio nel Werther al San Carlo di Napoli.



Anja Harteros

La sua alter ego, nonché protagonista, Mimì ha avuto la voce e il fascino di Anja Harteros, la quale, tuttavia, è parsa la sola  a non adeguarsi alle scelte registico direttoriali, indulgendo in portamenti dal basso e in vibrati.Un vero peccato, perchè le esperienze mozartiane recenti avrebbero dovuto forgiare il controllo dell’istintualità vocale della talentuosa interprete, la quale è invece parsa ansiosa di liberare una passionalità repressa nelle varie Contesse d’Almaviva.
Rafal Siwek è stato un cavernoso Colline., come tradizione vuole, e si è guadagnato l'applauso per "Vecchia zimarra"; un bel calcio di rigore, per un basso, poter cantare un brano nel momento di maggiore commozione, l'applauso consente di liberare il respiro e di estrarre il fazzoletto;  voci gravi di  molte generazioni sono grate a Puccini, Illica e Giacosa per aver offerto tale opportunità.
Debole, e non solo vocalmente, la prova di Massimo Gagliardo in Schaunard, minuscolo nella presenza e vocalmente senza sufficiente appoggio per risultare concertante con i validi colleghi.
Il quartiere latino ha dato gloria al coro diretto da Piero Monti e soprattutto al coro di voci bianche di Fiesole diretto da Joan Yakkey.
Diligenti Saverio Bambi (Parpignol), Franco Boscolo (Benoit), Alessandro Calamai (Alcindoro), Lisandro Guinis e Alessandro Luono (i doganieri).
Sobri i costumi di Gabriella Pescucci, senza esibizionismi per quelli di  Musetta né retrodatazioni traviatesche per gli abiti di Mimì; un po' di Jean Gabin per i ruoli dei quattro bohemienne per un ottima resa coordinata con le splendide scene.
Si replica fino al 28 gennaio, ma buona fortuna a chi volesse assistervi e fosse ancora sprovvisto di biglietto; le richieste sono meritatamente eccedenti i posti disponibili: Hai visto mai che la Fondazione pensasse ad una recita supplementare?

24.01.2007
Dario Ascoli









http://www.operaclick.com/pagpn/vrec.php?id=1354


Firenze
23 e 24 gennaio 2007
Teatro Comunale: 

La Bohème
di Giacomo Puccini

La sera del 23 Gennaio ho festeggiato la mia quarantesima Bohème a teatro e mi permetto il lusso di aprire il resoconto delle due repliche fiorentine parlando di me. Grazie.

Da ragazzina scrissi sul diario “Oh bella età di inganni e di utopie, si crede, spera e tutto bello appare”, avevo da poco visto la mia prima Bohème, avevo quindici anni e la storia di Marcello e di Musetta mi parve una cosa fantastica: quei cantanti, anche se non giovanissimi, parlavano di cose a me comprensibili, di sentimenti che allora io provavo; la morte era una cosa remota e il fatto che l’eroina della storia potesse morire era assurdo: le ragazze non muoiono. Marcello e Musetta erano reali, vivi, veri e anche più belli.

Non avrei immaginato di vedere tante  Bohème e solo con il passare del tempo, la morte di Mimì mi è apparsa come una cosa possibile e credibile: la vita presenta il conto a tutti. E  martedì 23 gennaio non avrei mai immaginato di provare ancora quel senso di vuoto che prende allo stomaco quando il fremito cupo dell’accordo iniziale dà il via alla storia: Bohème è un’opera che, per chi la ama, segna la vita; con Bohème ci si innamora, si torna giovani, ci sentiamo vivi e freschi; con Bohème possiamo piangere e credere che le lacrime versate siano solo per la morte di Mimì e non per la perdita della bella età di inganni e di utopie.

E  credo che chi non ama Bohème sia una persona che non vuole ammettere la caducità della vita, la fine della giovinezza e l’ineluttabilità del presente. Bohème è come una seduta dallo psicologo, è come una corsa a perdifiato, è come fare l’amore: dopo siamo spossati ma felici.

Ben venga la ripresa dell’allestimento di Jonathan Miller fatta dal Teatro del Maggio Musicale Fiorentino; ben venga quando la messa in scena è sempre bella e attuale, quando non sembra che siano passati dodici anni dalla “prima” e quando un teatro si presenta gremito nelle due sere in cui sono stata presente ben venga il titolo di grande routine.

Potremmo parlare di routine, se pure di alto livello, soprattutto verso la lettura orchestrale del maestro Stefano Ranzani che è stata, sì, priva di grandi slanci ma corretta nel rispetto dei tempi e della partitura, attenta al rapporto con il palcoscenico; inoltre il suono -sempre bellissimo - dell’Orchestra del Maggio Musicale riesce a coinvolgere e riscattare qualsiasi genericità.

Le due compagnie si presentavano piuttosto interessanti e non mi sento di dare giudizi in termini di primo e secondo cast quando due tenori e due soprani in consolidata carriera si dividevano i ruoli dei protagonisti con diverse caratteristiche, diverse tipologie vocali e uguale successo; per questo motivo citerò gli artisti in ordine di data di ascolto e non per presunti meriti o demeriti.

La sera del 23 era dedicata ai giovani e Massimiliano Pisapia con Nora Amsellem sono stati coloro che, immagino e spero, saranno il Rodolfo e la Mimì della vita per molte delle ragazzine, attente e partecipi, presenti in sala che vedevano Bohème per la prima volta e che, con tenerezza e commozione, mi hanno fatto ricordare il mio impatto con quest’opera.

Massimiliano Pisapia ha un modo di cantare Puccini che a me piace molto: trovo che abbia il fraseggio adatto, il saper dialogare cantando con una dizione impeccabile e i giusti colori, un timbro giovane e piacevole ed il saper porgere la frase in modo amoroso, romantico, musicale e accattivante; eppure gli riconosco il difetto del cambio di registro molto evidente, tra il medio e l’alto, con il suono che si presenta coperto e molto scurito. La sua Mimì era Nora Amsellem che dopo l’inizio un po’ esitante si è ripresa con un terzo atto davvero convincente, dai lunghi e lucenti filati, dal coinvolgente fraseggio. In evidente stato di gravidanza credo che alcune incertezze si debbano imputare alla sua condizione.

Nella recita del 24 abbiamo avuto Roberto Aronica e Anja Harteros; Aronica è stato il “buon” Rodolfo che tutti conosciamo, il tenore ha fatto suo il personaggio e lo interpreta con sentimento e abbandono: avendo nelle corde il ruolo può lasciarsi andare al canto senza pensare a come cantare e lasciando che la recitazione scorra naturale e piacevole. Supportato da un timbro naturalmente bello – limpido e luminoso –  nonché da una indubbia padronanza tecnica ritengo che la sua prestazione sia stata assai efficace, tanto più che Anjia Harteros, dal colore bellissimo, dai suoni dolci e vellutati, dava l’impressione di non essere una Mimì “scafata”: il bravo soprano ha un modo di fraseggiare che richiama alla mente una frequentazione volta più verso il repertorio Mozartiano che non verso il semplice e quotidiano Puccini. L’Harteros, che letteralmente beveva con gli occhi le indicazioni di Ranzani, ha comunque letto la parte di Mimì in modo encomiabile essendo femminile e ferma, dolce ma determinata.

Massimiliano Gagliardo è stato uno Schaunard accurato. Una considerazione su Schaunard che credo sia il personaggio più ingrato in Bohème: non ha una grande o orecchiabile aria, canta non molte frasi ma lo deve fare con assoluto garbo; la storia di “Lorito” è una trappola in cui cadere facili prede di orrendi macchiettismi: Gagliardo è giovane e allegro ma mai di gusto eccessivo. L’esatto contrario è il personaggio Colline: di solo supporto per tre atti, diventa protagonista nel quarto con la ruffiana aria della Zimarra, prendendosi quasi sempre una bella dose di applausi. Giorgio Giuseppini e Rafal Siwek si sono alternati: onesta la prova di Giuseppini e incisiva quella di Siwek, padrone della scena e dotato di buona tecnica.

Ottimo il Benoit di Franco Boscolo che canta - e non declama o recita come spesso accade - con l’indubbia esperienza legata a una lunga carriera; molto caratterizzato scenicamente è stato Alessandro Calamai come Alcindoro e ricordo anche Parpignol di Saverio Bambi, il sergente dei doganieri ovvero Lisandro Guinis e il doganiere di Alessandro Luongo: Bohème è una storia narrata nei minimi dettagli e, come tale, abbisogna del buon contributo di tutti i suoi interpreti. Importante la presenza del coro, sia quello del Maggio Musicale Fiorentino diretto da Piero Monti che quello delle voci bianche della Scuola di Musica di Fiesole preparate da Joan Yakkey. In ambedue i casi non posso che esprimere parole di lode nel notarne l’affiatamento nel complesso secondo atto e i piccoli momenti di grande incisività emotiva nel terzo atto.

Vorrei chiudere così come ho iniziato: parlando di Marcello e Musetta, o meglio – per solidarietà femminile più che per galanteria – di Musetta e Marcello. Nelle due serate da me recensite erano Donata D’Annunzio Lombardi e
Pietro Spagnoli, una coppia bella e brava così come l’avrebbero voluta i miei quindici anni. Nella Parigi color ardesia e fumo immaginata da Miller, e in cui l’unica nota di colore è data da un manifesto con la bionda Jean Harlow e dalla locandina di Sous les toits de Paris – che indicano anche il periodo in cui l’azione è trasposta -  la presenza sensuale e affascinante della D’Annunzio Lombardi, una bella e vivace ragazza dalla rossa chioma e dalla pelle bianchissima, risalta vivida sul palcoscenico.

Spigliata, armoniosa, attenta alla frase cantata con grande gusto, è una Musetta esuberante che interpreta il suo Valzer in modo sensuale, con una scelta di tempi lenti, senza mai cadere in alcuna volgarità aiutata da una voce lirica e luminosa.

Infine un bravo! a
Pietro Spagnoli a cui va il merito di una recitazione assolutamente convincente, priva di appesantimenti e molto ricercata; un'interpretazione "Pucciniana" fatta di piccoli e semplici gesti quotidiani - tutto con apparente grande naturalezza - con Marcello che risulta giovane e appassionato, delineato in modo intenso. Spagnoli unisce al timbro naturalmente bello, pieno e virile, una grande sicurezza di emissione: trovo che questo personaggio rientri nelle sue corde vista la capacità di saper fraseggiare con grande disinvoltura, in modo colloquiale e naturale.

Cordialissimo il successo per tutti quanti.


De la routine? On en veut!

Marilisa Lazzari









http://www.teatro.org/spettacoli/dettaglio_spettacolo.asp?contrRecensione=OK&id_spettacolo=4810#recens


Firenze, 
“Bohème” 
di Giacomo Puccini

LO STRUGGENTE FUGGIRE DEL TEMPO E DEI SENTIMENTI

Questa Bohème di Jonathan Miller è uno degli allestimenti più felici degli ultimi anni, spostata agli anni Trenta del Novecento. Scene e costumi, nei toni prevalenti del grigio, sono orientati verso un naturalismo carico di poesia, come le immagini dei grandi fotografi, oppure come una scuola di pittura che guarda la realtà senza ipercriticismo, bensì per evidenziarne gli aspetti poetici, mai edulcorati e zuccherosi. Così tutto appare estremamente realistico e al tempo stesso estremamente poetico. Immediatamente riconoscibile, a cominciare da quella Jean Harlow sul poster nella soffitta, siderlmente lontana da Mimì. La regia di Miller è classica nell'azione e nel rapporto intimo ed affettivo tra i personaggi; le relazioni interpersonali sono sviscerate e lucidamente analizzate e la recitazione è impostata su sguardi e gesti molto misurati, contenuti, eppure segnali esteriori di una intensa e tumultuosa emotività, di grande forza interiore. Uno sguardo, un dito, una mano da soli riescono ad esprimere tutto, grazie all'abilità di Miller: indimenticabile la scena della “gelida manina”, il gesto timoroso di Rodolfo nello sfiorare la mano di Mimì sopra la dormeuse. Contribuiscono in modo determinante alla riuscita di questo bellissimo spettacolo le scene di Dante Ferretti ed i costumi di Gabriella Pescucci, che creano un senso immediato di caducità e di fuggevolezza. Del tempo e dei sentimenti.

Anja Harteros è una struggente Mimì. La sua voce morbida e malinconica ha ben tratteggiato la solitudine del personaggio e il passare dell'amore che le viene da Rodolfo. La Harteros ha una voce bella, intensa, scura ma in grado di salire senza difficoltà alle note alte. L'aspetto dimesso, la ritrosia, il riservato timore materializzano un personaggio crepuscolare, creando nello spettatore un senso di profonda malinconia, una lamentazione incessante per lo struggente fuggire del tempo e dei sentimenti, per l'irripetibilità degli attimi, per la caducità delle cose terrene. Che poi sono il senso stesso di Bohème e la sua carica innovativa. Si fatica per non piangere davanti a questa Mimì, un po' piccola fiammiferaia, un po' Cenerentola. Un po' ognuno di noi.

Roberto Aronica frequenta da anni il ruolo di Rodolfo e con sicurezza ed agio si muove in questi panni con forti sentimenti; la voce è limpida e potente, i registri equilibrati e pieni, l'interpretazione di chi canta anche con il cuore. Indimenticabile quel suo “do” nel Faust al Regio di Parma l'anno scorso: Aronica ha la rara capacità di essere tecnicamente ineccepibile e naturalmente piacevole, con quel suo timbro bello e luminoso.

La rivelazione dello spettacolo è
Pietro Spagnoli, in un ruolo inusuale per il suo repertorio: la voce è bella e piena, l'emissione salda, il fraseggio ottimo, fondamentale in questa parte pressochè priva di arie ma non per questo meno insidiosa, con tutti quei sentimenti da esprimere. A ciò va aggiunta una recitazione naturale con la mimica facciale curatissima e ricercata, di chi si prepara meticolosamente al ruolo e lo vive appieno: Marcello è pieno di passione e di gioia giovanile, innamorato rabbioso, amico sincero, che ha voglia di divertirsi ma su cui si può sempre contare. Insomma una bella sorpresa, dopo i tanti ruoli mozartiani affrontati con successo l'anno scorso, che si spera abbia lungo sèguito. Qui Spagnoli è protagonista di una delle scene più commoventi: alla fine del terzo quadro, quel suo rimanere solo, fuori, seduto su una panchina nel freddo inverno dà tutto il senso della vera, insuperabile solitudine.

Donata D'Annunzio Lombardi ha piacevole voce ed ottime capacità recitative e tratteggia una Musetta civetta ma intelligente e sensibile, mai eccessiva, mai volgare. Impeccabile la sua esecuzione del valzer.
Con loro buone prove per tutto il cast: Massimiliano Gagliardo (Schaunard), Rafal Siwek (Colline), Franco Boscolo (Benoit), Alessandro Calamai (Alcinodoro), Saverio Bambi (Parpignol).

Stefano Ranzani ha diretto con molta sicurezza l'ottima orchestra del Maggio, evidenziando le finezze e le vibrazioni musicali della partitura che sottendono a quelle dell'anima. Il coro del Maggio, preparato da Piero Monti, era ampliato nel secondo quadro dal coro di voci bianche della scuola musicale di Fiesole preparato da Joan Yakkei.
Un grandissimo successo di pubblico, che dimostra la popolarità e la riuscita di questo allestimento, con tutto esaurito ad ogni recita. Un trionfo alla recita a cui ho assistito.

Visto a Firenze, teatro Comunale, il 27 gennaio 2007

FRANCESCO RAPACCIONI
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