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"Cyrano de Bergerac"
di
Franco Alfano
Milano - Teatro alla Scala
29 gennaio 2008
Commedia eroica in quattro atti e cinque quadri
Libretto di Henri Cain da Rostand
La recensione di OperaClick:
La sera del 28 dicembre 1897 il Cyrano de Bergerac, commedia eroica in cinque atti in versi del giovane marsigliese Edmond Rostand, andò in scena a Parigi al Théatre de la Porte-Saint-Martin interpretato dal celebre attore Coquelin. Le cronache dell’epoca riferiscono di un successo immediato, in una parola: “definitivo”. La trionfale prima restituì Savinien de Cyrano alla Francia, spazzando via due secoli di dimenticanze, facendo sì che la cultura francese ne riconoscesse la personalità e l’opera, per certi versi “eretica”. Rostand va diretto al cuore della Francia del Grand Siècle e sceglie all’inizio il più spettacolare rito pubblico collettivo: una serata del 1640 all’Hotel de Bourgogne per la recita di una favola pastorale da parte del celebre attore Montfleury. Quest’ultimo deliberatamente dileggiato da Cyrano.
Il primo atto è drammaturgicamente un bellissimo spaccato di “teatro nel teatro”, con la folla di nobili e borghesi che in festoso disordine prende a gremire l’ex sala della pallacorda e fa da cornice alla presentazione dei protagonisti della commedia.
Il secondo atto, alla “rosticceria dei poeti”, Raguenau declama versi in stile arcadico e somministra prelibati manicaretti in quei luoghi del centro di Parigi rosticcerie-pasticcerie deputati all’incontro periodico tra letterati, alcuni invero scalcagnati. Il tono di parodia introduce perfettamente l’incontro tra Cristiano, il bell’afasico e Cyrano, il brutto logorroico e poeta.
Il terzo atto ha alimentato per un secolo e più la strepitosa fortuna del Cyrano in quel divertimento teatrale che è sempre stato lo scambio di persona, in un crescendo emozionale fino alla definizione poetica di “bacio”.
Il quarto atto, con i cadetti di Guascogna all’assedio di Arras, avvicina la commedia al romanzo di cappa e spada alla Dumas padre o al dramma romantico alla Hugo, ma rileva una decisa maestria nel poetare con finezza e lucidità il “triangolo” amoroso.
Nel quinto, un clima autunnale tipico della descrizione del tramonto dell’eroe colora di patetismo la vicenda, tra l’intimismo e il tardo-simbolismo alla Maeterlink, tanto di moda in Francia anche per i compositori di musica.
E.Cain, il librettista, con un accorto lavorio di “taglio e cucito”, riunì in un solo atto, ma dividendolo in due quadri, il secondo e il terzo atto di Rostand, sfoltendo tra l’altro una moltitudine di personaggi secondari ma mantenendo quasi sempre l’originale composizione in alessandrini a rima baciata, e consegnando la commedia alla limpida, leggera, malinconica e dolce-amara orchestrazione di Alfano, parente dei francesismi debussyani, dei languori pucciniani e dei baroccheggianti intarsi alla Rosenkavalier, senza disdegnare passaggi ricchi di verve e spruzzate di enfasi ed entusiasmo passionali.
La Scala ne saluta questa sera la riproposta, dal lontano maggio del 1954, grazie ad un anfitrione d’eccezione: Placido Domingo. Il quale si impadronisce del ruolo con la bravura dell’artista di razza, con la proverbiale musicalità e il carisma che tutti da molti anni gli riconoscono. Ma visto che è costretto a cantarlo un tono sotto, il suo Cyrano perde molto dell’eroicità del “mito” e della spavalderia giovanile per ripiegarsi verso un minimo comune denominatore che sottolinea soprattutto il malinconico tramonto, come si evince dall’emozionante finale. Certo, gli “Ah!”, tutti diversi, che scandiscono il trascolorare dei propri sentimenti, dalla gioia speranzosa alla signorile ed umana delusione, quando Roxane gli rivela di essere innamorata di Christian o la passionalità intrisa di tardive palpitazioni dell’innamorato perdente, nella scena del “bacio”, sono la dimostrazione lampante di cosa significhi: grande artista. Ma la ballata o l’inno a Parigi del primo atto, con i fiati corti, con la difficoltà a cantare piano e la perigliosa salita agli acuti mostrano le rughe del tempo che infieriscono senza pietà. Anche l’ironia e la lievità del poeta guascone sembrano smussati e diminuiti da una tenerezza di fondo buona per troppe occasioni che incanta ma rivela solo un lato del personaggio. Tuttavia ottiene un significativo e personale successo che il recensore registra con moderata soddisfazione.
La Roxane di Sondra Radvanovsky sfoggiando una voce importante per volume e colore, risulta sicura negli acuti, sempre perfettamente timbrati, ma un po’ intubata nei gravi e velata nei pochi tentativi di mezze voci. Si cura poco del fraseggio però, rimanendo alla superficie del personaggio, con in più una assai confusa dizione. Appare certamente entusiasta e trascinante nella scena del “bacio”, inebriata dalla spacconata del terzo atto che la catapulta in prima linea tra i fumi della battaglia e nobilmente tenera nell’amaro finale, ma la femminilità maliziosa, la sensualità intrigante, la civetteria spontanea, l’eleganza della nobile che ama i bei versi e l’erudizione latitano nel corso dell’opera. Anche lei comunque ottiene un indiscusso successo.
Il Christian di German Villar ha bella voce luminosa, svettante in acuto, non di grande volume ma smaliziata il giusto nel gioco dei chiaroscuri, pur nei gesti un tantino imbalsamati.
Perfetto il De Guiche di Pietro Spagnoli, che nobilita il ruolo con un timbro smaltato, un’emissione omogenea, sostenuta dal fiato ben appoggiato e proiettato, che gli consente una straordinaria sottigliezza e cura del fraseggio, senza escludere l’eleganza dei gesti con cui porta in scena addolcendola una figura decisamente antipatica.
Bravi come cantanti e attori il Carbon di Simone Alberghini, il Ragueneau di Carmelo Corrado Caruso e il “gigante” Le Bret di Claudio Sgura, ma tutti i comprimari fanno la loro bella figura. Come encomiabile risulta il coro diretto da Bruno Casoni, soprattutto nel malinconico inizio del terzo atto. Lo spettacolo, nato dalla collaborazione tra il Metropolitan e la Royal Opera House, è firmato felicemente da Francesca Zambello, con la collaborazione per la scenografia essenziale, ma ridondante e baroccheggiante nel primo atto, di Peter J. Davison, per i bei costumi di Anita Y. Yavich e per le luci aranciate di Mark McCullough. La regia non ha svolazzi interpretativi, bastandole una adesione didascalica al libretto, comunque sempre efficace, forse un tantino esagerata per le coreografie enfatiche di Duncan Macfarland, nella parata e nello sventolio “cinematografico” di bandiere dei cadetti nel terzo atto, ma assai appropriata quando permette a Roxane di baciare teneramente, sulla bocca e non sulla fronte, un’ultima volta Cyrano morente. La scena del “bacio”, con balcone e scala a pioli di prassi, è quella che ci si aspetta, ma in questo caso anche la bravura dei protagonisti vi aggiunge valore.
Discreta la concertazione di Patrick Fournillier che traduce l’esprit francese con garbo e nel contempo senza ignorare la solare passionalità melodiosa, come nella riuscita seconda scena del secondo atto: “il bacio di Roxane”, cuore pulsante dell’opera, dal toccante lirismo. Brillante e leggera risulta l’introduzione del primo atto, con un flauto svolazzante e gioioso, assai somigliante alla lievità della Manon pucciniana, ma slentato è l’accompagnamento all’aria di Cyrano e incerta la liquidità delle trasparenze impressioniste nel finale d’atto. Particolare attenzione viene dedicata ai minimi dettagli strumentali, come i toni soffusi delle trine dei violini nello stile di conversazione del duetto del secondo atto tra Roxane e Cyrano, il glissando d’arpa nel trasalimento d’amore di Christian o il romaticissimo tema del violoncello solo, quando Christian esala il suo “je vous aime”o ancora la ritmica crescente della battagliera enunciazione del famoso “ce sont les cadets de Gascogne”, ma altrove il volume orchestrale è invero eccessivo. Fournillier si districa assai bene per contro nei contrasti timbrici del terzo atto, dal tono misterioso del flauto, che intona una graziosa nenia agreste , al coro malinconico dei cadets durante l’assedio di Arras, che termina in un rarefatto e dolcissimo morendo, fino alla brillantezza sconquassante degli ottoni nell’entrata di Roxane e poi al lirismo un po’ languido, misto ad una spensieratezza gioiosa - tutta pucciniana - quand’essa duetta enfaticamente col bel Christian. L’adesione all’impressionismo viene altresì ben esaltata dal “notturno” dell’introduzione al quarto atto, seguito poi da una spruzzata di romantica passionalità, mentre il finale torna a “suonare” con una appropriata e ovattata malinconia che lascia uno strascico di toccante e amara commozione.
Grati alla sovrintendenza per il recupero di questo Alfano poco conosciuto, certamente non banale, segnaliamo il bel successo dello spettacolo con trionfo speciale per il Divo.
Ugo Malasoma
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| http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=237918
La voce di Domingo esalta Cyrano Milano spera che non sia un addio
di
Lorenzo Arruga
edizione di giovedì 31 gennaio 2008
Naso, pennacchio e spada, Cyrano de Bergérac si è esibito sul palcoscenico della Scala: impersonato da Placido Domingo, ha avuto affetti e applausi dagli spettatori. Che alla fine, sciamando, confidavano l'un l'altro di sperare che, se proprio il grande tenore deve congedarsi da noi finito il ciclo memorabile della sua arte straordinaria, lo faccia con un'altra opera, un po' meno dimenticabile.
Questo Cyrano musicato da Franco Alfano, egregio musicista sessantenne, e rappresentato nel 1936 prima in italiano a Roma e poi nella lingua francese originale del libretto a Parigi, è un nobile esempio di come si tentasse coraggiosamente di prolungare l'eco romantico e l'eloquenza verista in un secolo che ormai aveva imparato a cercarsele riprendendo come nuovo il repertorio del passato; intento generoso, da incoraggiare per stima degli autori; il guaio è che anche adesso ascoltando li incoraggiamo come se dovessimo compiere una buona azione e alla fine li mettiamo nello scaffale della cultura, che sta vicino a quello della memoria, ma separato.
Il Cyrano della fonte di Rostand, quello delle serenate e delle lettere dal fronte cantate e scritte a Rossana a nome di un bell'ufficialetto imbranato che ella ama, sacrifizio autolesionista perché anch'egli ama la stessa donna, è un guascone eroico e violento, ed ha il complesso d'un enorme naso un po' ricurvo all'insù nel lontano Seicento ancora ignaro della plastica facciale. Alfano gli attribuisce una felice aristocrazia musicale nelle parti più liriche, facendoci ricordare però la famosa frase di Puccini «È inutile che uno si decida per la melodia, se la melodia non si decide per lui»; e celebra le sue virtù appiccicando episodi di valore e racconti di gloria, fino a quando, morendo anziano accanto a lei che solo allora capisce ahimè l'equivoco crudele, approda a un canto toccante alle soglie del parlato, che l'orchestra asseconda, e che Domingo esalta, con la mitica voce bene risparmiata, e da vero grande attore.
La Scala ci offre l'opera in una produzione che unisce Metropolitan e Covent Garden: non so se l'abbia fatto apposta per mostrare come in quegli autorevoli teatri stranieri siano polverosi gli allestimenti: nelle scene sommariamente e gradevolmente tradizionali e descrittive di Davison e con i costumi sontuosi e prevedibili di Yavich, i cantanti smanacciano aiutandosi con cappelli, e spade, come vuole la regista Francesca Zambello; Sondra Radvanosky canta con incisività felice l'impegnativa parte di Rossana, ma sventaglia quanto può e se deve dire «qui» fa segno per terra; Pietro Spagnoli si distingue come al solito, questa volta nella parte del cattivo; German Villar dà giuste note al pallido amoroso. Con la consueta calma, e con qualche fracasso, dirige Patrick Fournillier. Quanto al bacio come apostrofo rosa fra le parole t'amo, che abbiamo tante volte letto nelle citazioni culturali e nei biglietti che avvolgono i cioccolatini, nell'opera non c'è traccia.
visto al Teatro alla Scala il 29 gennaio 2008
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| http://www.delteatro.it/news/2008-01/cyrano-applausi-per-domingo.php
Cyrano: applausi per Domingo
Festeggiati da poco i 68 anni, Placido Domingo ha incantato il pubblico scaligero nella "prima" del Cyrano di Bergerac di Alfano, riportando un significativo successo personale. Accostando più che convincenti doti attoriali alla ben nota vigoria vocale, il tenore iberico è stato più volte chiamato in proscenio al termine della rappresentazione, totalizzando un decina di minuti di applausi, interrotti solo dai "bravo!" scanditi dagli spettatori più entusiasti.
L'applausometro della Scala, nel complessivo successo della serata, ha premiato poi in particolare la Rossana di Sondra Radvanovsky, il Cristiano di German Villar e il De Guiche di Pietro Spagnoli. Convincente anche la prova fornita dal Corpo di Ballo scaligero diretto da Duncan MacFarland. La regia è di Francesca Zambello, mentre la direzione è stata affidata a Patrick Fournillier.
Era stato lo stesso Domingo a caldeggiare il nuovo allestimento dell'opera di Alfano, ingiustamente noto soprattutto per aver portato a termine l'incompleta Turandot pucciniana. "Ma in quell'opera, Alfano non è lui, perché aveva dovuto vestire i panni di Puccini per concludere l'opera utilizzando le note e i motivi del maestro", ha spiegato il tenore alcuni giorni fa incontrando la stampa.
Particolarmente apprezzati dal pubblico sono stati il secondo e quarto atto, in cui Cyrano passa dalle cime della passione - convinto che Rossana ricambi il suo amore - agli abissi della depressione - quando si accorge che il cuore della bella batte invece per il suo "protetto" Cristiano - e quando infine, vecchio e colpito a morte, non rinuncia a portare il suo saluto alla giovane ormai diventata donna ma ancora in lutto per la morte del suo amore. Vedendola ancora in preda al dolore, dopo 14 anni, Cyrano rinuncia definitivamente a svelare i suoi sentimenti. Rossana comprende ugualmente che dietro le lettere appassionate di Cristiano si celava in realtà l'impareggiabile spadaccino. Ma orami è tardi per tutto, e Cyrano le muore fra le braccia. Un tripudio di sentimenti che un allestimento scenografico di impronta tradizionale, con gli ambienti e i costumi secenteschi, completa degnamente.
30 gen 2008
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edizione del 31 gennaio 2008
pagina 35
Domingo-Cyrano fa innamorare la Scala
Dieci minuti di applausi a Milano per il grande cantante spagnolo a 5 anni dal suo trionfale Otello nell’opera di Franco Alfano che il tenore sta portando in tour nella versione kolossal della Zambello
In scena c’è tutto, come da didascalie: il teatro seicentesco, il campo di battaglia, il convento. Ma di fronte al Cyrano de Bergerac di Franco Alfano, il compo sitore famoso per aver completato la Turandot di Puccini, è inevitabile chie dersi chi sarebbe oggi Roxane.
Forse una di quelle ragazzine che accendono Internet e vanno in chat dove si innamorano di uno che, magari sotto falso nome, scrive parole d’amore. Ma anche qui, nel capolavoro musicato in francese nel 1936 da Alfano, l’inganno è presto svelato con Cyrano che rivela alla fanciulla di essere lui l’uomo che per anni le ha parlato d’amore attraverso (quello che oggi chiameremmo nickname) il bel Christian. Storie di ieri che parlano ancora. Potere dei grandi capolavori. Forza che resterebbe imprigionata nella partitura se sul palco non ci fossero interpreti capaci di arrivare al cuore dello spettatore di oggi.
L’altra sera alla Scala, l’alchimia si è realizzata: in scena, dietro il grande naso del poeta spadaccino, Placido Domingo, che tornava a Milano dopo 5 anni. Un successo salutata da dieci minuti di applausi. Cyrano, certo, non è il verdiano Otello, ma impegna massicciamente il protagonista: Domingo, la cui voce non ha perso il fascino e lo smalto di un tempo, regge bene le oltre due ore di musica, offrendo anche un’interpretazione scenica convincente. Accanto al tenore spagnolo, nei panni di Roxane, c’è il soprano Sondra Radvanovsky, interprete di talento dalla voce piena e sicura. Ottime anche le prove di Simone Alberghini (Carbon), German Villar (Christian), Pietro Spagnoli (De Guiche) e Claudio Sgura (Le Bret).
Alla Scala è andata in scena la versione kolossal realizzata da Francesca Zambello per il Metropolitan di New York: spettacolo nel solco della tradizione in stile americano con grandi scene di massa piene di spari e duelli, ma anche con momenti di intensa poesia come il finale immerso nel rosso del tramonto. Un al lestimento che Domingo, conquistato dalla partitura di Alfano, sta portando in giro per il mondo: dopo Londra e Milano toccherà a Vienna. Dal podio della Scala, dove Cyrano è andato in scena solo una volta nel 1954, Patrick Fournillier governa bene una partitura che non è un capolavoro, ma che funziona, soprattutto sul fronte spettacolare: temi accattivanti, ritmi serrati, scrittura da colonna sonora cinematografica, finali trascinanti fatti per strappare l’applauso che, immancabile, arriva per tutti. E che si trasforma in ovazione quando in proscenio compare Domingo, saluta to dai ripetuti 'Bravo!' delle signore di mezza età, commosse dalla straziante storia d’amore, ma prontissime a lanciare baci all’ultimo tenorissimo della lirica, in locandina per tutte le 5 repliche che l’opera avrà alla Scala, ma che dopo tre sere potrebbe cedere il lungo naso ad Antonio Barasorda che ha cantato alla prova generale.
di Pierachille Dolfini
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edizione del 1 febbraio 2008
pagina 22
Placido Domingo diventa Cyrano............
Alla Scala di Milano l'opera di Alfano.
di Giuseppe Pennisi
http://patrikpen-patrikpen.blogspot.com/2008/02/il-cyrano-del-met-e-della-rho-approda.html
pubblicato venerdì 1 febbraio 2008
IL CYRANO DEL MET E DELLA RHO APPRODA IN SCALA
visto il 29 gennaio 2008
Affascinante, pur se tradizionale, la messa in scena di Francesca Zambello (regista che vorremo vedere più spesso in Italia). Di grande livello le voci. Deludente, però, la più attesa: quella di Placido Domingo. Poco adatta a mettere in luce la raffinata delicatezza della partitura la bacchetta di Patrick Fourniller. Questo, telegraficamente, il giudizio sul “Cyrano de Bergerac” di Franco Alfano, in un allestimento in repertorio da circa 3 anni al Metropolitan di New York ed al Covent Garden di Londra (stesso cast, oltre che stesse scene e stessi costumi). Conteso a lungo tra Opera di Roma e Scala è a Milano sino al 15 febbraio.
Alfano è noto principalmente come colui che completò “Turandot” di Puccini. E’ uno dei maggiori autori italiana della prima metà del Novecento: ha pesato su di lui una maledizione che ne ha comportato l’oblio in quanto firmatario nel 1925 del “Manifesto degli Intellettuali Fascisti” e molto legato al regime sino al 1945. Napoletano, ma di cultura musicale tedesca e francese, ha una scrittura elegante sia orchestrale (interessante l’impiego del contrappunto) sia vocale (il declamato scivola in arie e numeri a più voci). Di recente è stato ripreso, a Roma, il suo capolavoro (“Sakùntala”). “Cyrano”, grande successo negli Anni 30 e 40, è riapparsa poco più di un lustro fa prima in Germania e successivamente negli Usa, in Gran Bretagna ed in Francia.
Il libretto, in francese, ricalca la “commedia eroica” di Edmond Rostand di cui si sono viste di recente produzioni sia in teatro sia in cinema. Ha una partitura elegante, ispirata allo “stile francese” dell’epoca: l’orchestra ha un ruolo cruciale nel soffondere con un lirismo malinconico l’azione scenica. Patrick Fourniller concerta in modo puntuale ma specialmente nei finali dei cinque atti calca eccessivamente, accentuando un’enfasi “eroica” ad Alfano piuttosto distante. L’opera richiede 19 solisti, coro e mini. Quattro i protagonisti: due tenori, una rarità dai tempi di Rossini un “lirico spinto” (Cyrano), un “lirico puro” (Christian), un soprano “lirico puro” (Roxane), un baritono (il comandante De Guiche). Pietro Spagnoli conferma di essere uno dei migliori baritoni italiani su piazza: morbido, delicatissimo nei “legato”. Sondra Radvanosky è una Roxana quasi drammatica (la voleva così Alfano che non gradiva la pupattola di Rostand): ha un temperamento forte che la renderebbe perfetta nel “Rosenkavalier” di Strauss. Germain Villar è una vera scoperta: timbro chiarissimo, capace di ascendere a tonalità elevate senza il minor sforzo. Il circa 70nne Placido Domingo non ha mai avuto la tessitura prevista da Alfano per Cyrano (ruolo pensato per Gigli) poiché anche venti anni fa raramente saliva oltre il “sì naturale”; gli è scurita la voce (è quasi baritonale, come lo era all’inizio della sua carriera), ha una grande presenza scenica ed una recitazione intesa ma, nonostante siano state abbassate le tonalità, ha avuto, alla “prima”, difficoltà di emissione proprio nell’aria di apertura.
Un elogio a Francesca Zambello ed alla sua squadra di scenografi e costumisti: la messa in scena è al tempo stesso spettacolare ed elegante, con cura nei particolari ed attenzione a realizzare un allestimento che possa essere adattato a palcoscenici differenti. Come, giovanissima, fece 20 anni fa con un “Billy Bud” di Britten che si è visto nei maggiori teatri europei, americani e giapponesi. Una vera gioia visiva.
patrikpen
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