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Storia semiseria di un Cantore Lirico caduto in questo mondo. Quasi un Curriculum Vitae. Non adatto ai libretti di sala. Sono nato a Roma mercoledì 22 gennaio del 1964, alle ore 02,00 (per chi volesse calcolare anche l'ascendente..... ma non me ne importa granché!) nel reparto ostetricia del Policlinico Umberto 1°. Questo è un dato di fatto. Esisto! Battezzato nella Basilica di San Pietro con i nomi di Pietro, Antonio, Arcangelo. Figlio di Francesco e di Silvia Maria Cristina. Ho una sorella, Paola, più grande di diciotto mesi. Mio padre guidava i filobus, mia madre casalinga ma specializzata in taglio e cucito, infatti mi preparò l'abito di carnevale del mio personaggio preferito: Zorro. Usavo quel costume non solo a carnevale (mi vien da sorridere!) ma in tutti i giochi. La mia frase tipica prima di iniziare un qualsiasi gioco di ruolo era: "famo che io ero Zoro" tradotto in italiano: "Se non vi spiace, qualsiasi gioco di ruolo, familiare, cow-boys, maghi e fate, guardie e ladri, soldati, esploratori o altro abbiate intenzione di interpretare, io desidererei essere Zorro!". Poi comunque, se anche gli altri bambini non accettavano, il mantello nero, con qualsiasi scusa, lo indossavo lo stesso. Fu chiaro quindi, fin dai primi anni di vita, che l'arte del travestimento esercitava su di me un fascino che si rivelerà importantissimo nella scelta di questo mestiere. Vita di una famiglia di ceto popolare, senza particolari stenti, che poteva permettersi le vacanze al mare in Toscana e fra i boschi della Maremma. Educato al rispetto della natura, alla filantropia e pure alle rinunce al superfluo. La svolta della mia vita avvenne in modo del tutto casuale ad otto anni. La nostra dirimpettaia aveva il figlio, più grande di me, che cantava nella Cappella Musicale Pontificia, il coro personale del Papa, che all'epoca era Paolo VI. La poverina mi aveva udito urlare mentre giocavo nel cortile del palazzo. Pare che quelle urla avessero un non so che di musicale e la voce fosse di bella pasta. In casa la cultura musicale era limitata all’essenziale: un mangiadischi e una radio. Da parte della famiglia di mamma, fra zii e bisnonni, si annoveravano belle voci e amore per l'opera, ma tutto ciò in forma amatoriale e senza alcuna pretesa. Mio padre, che era anche stonato, mi disse che imparare la musica non poteva che farmi bene. Era sempre qualcosa da mettere nel sacco delle esperienze. Profetico! Mi dissero di imparare una canzone per farmi ascoltare dai preparatori dei ragazzi della Cappella Sistina. Scelsi inconsapevolmente un grande classico, "’O sole mio" di F. Di Capua. Ricordo tutto con grande precisione di particolari: quel giorno mia madre mi accompagnò a Santa Maria in Via, vicino Via del Tritone, per essere ascoltato dall'insegnante di solfeggio, Padre Raffaele Preite Servo di Maria. Quest'omone (almeno a me sembrava tale, invece era piccolino) vestito tutto di nero mi accompagnò al pianoforte. Perfino mamma rimase sorpresa. Da quel corpo acerbo e secco uscì una voce prepotente che nessuno aveva mai ascoltato veramente. Ero timidissimo e non mi piaceva cantare in pubblico, neanche davanti ai miei genitori. Può sembrare assurdo ma è ancora così. Iniziai a cantare in uno stato di trascendenza. La voce andava facile e sonora e il cuore faceva mille battiti al minuto. Cantavo come un animale. Nessuno si era preso la briga, o meglio poteva spiegarmi cosa fosse il diaframma, l'appoggio, la maschera, coprire e girare il suono, ed infatti la natura funzionava benissimo da sola. Scendemmo nella stradina all'uscita del convento dove mi fu presentato il maestro di canto Padre Vittorio Catena Servo di Maria. Gli fu detto, da P. Raffaele, che avevo una voce come un grande masso, che doveva essere scolpito per far uscire le forme udibili e visibili del canto. Questi due uomini e sacerdoti sono stati fondamentali per la mia formazione musicale e non solo. Mi hanno educato all'amore per la musica, al gusto espressivo del gesto vocale, alla ricerca del significato profondo del canto, non dell'effetto. Cantavamo per pregare e il canto era l'espressione massima della preghiera. Quindi cantando bisognava ascoltare il cuore. In quell'esercizio quotidiano con la polifonia ho accresciuto la capacità all'ascolto. Quando mi capita di sbagliare musicalmente qualcosa in scena (capita!!), so sempre dove sono e come rimettermi in sintonia con chi sta facendo musica insieme a me. I miei genitori, sebbene in ansia, ebbero il coraggio di farmi andare ogni mattina dalla periferia romana al centro di Roma (un'ora di viaggio in tram ed autobus) con la sola compagnia di un altro ragazzino come me. La scuola elementare e media dei "Pueri Cantores" si trova dietro Sant'Andrea della Valle, a due passi da Piazza Navona. I primi due anni, la quarta e quinta elementare, furono dedicati alla preparazione tecnica e musicale. Infatti dopo gli orari scolastici c'erano l'ora di solfeggio e quella di canto. Quindi partivo da casa alle 7,15 e tornavo intorno alle 15,00. Non era affatto una cosa facile per un bambino, ma sentivo di essere un privilegiato, appartenendo alla più antica istituzione musicale del mondo. Gli anni di studio e quelli effettivi nel coro furono complessivamente quattro. Quando alla fine della quinta elementare entrai a pieno titolo nel coro, ricordo l'effetto che, alla prima prova congiunta con gli adulti, mi fece ascoltare alle spalle le voci dei bassi e dei tenori. Un terremoto di emozioni. Quel colore brunito e argenteo mischiato alle voci dei soprani e dei contralti (la mia sezione). Era un mare in tempesta, una tormenta. Governata però da un architetto dell'armonia e del contrappunto: Pier Luigi da Palestrina. Il primo concerto fu proprio a Palestrina, il paese natale del compositore, alle porte di Roma e tutto dedicato al grande cantore e autore: anche lui fece parte della prestigiosa istituzione Vaticana. Il primo pezzo che cantai in pubblico, con il cuore in gola, fu "Tu es Petrus", diretto dal M° Domenico Bartolucci. C'era solo mio padre in sala. Lui ha seguito il mio battesimo canoro. Alla sua intelligenza ed istintiva lungimiranza devo il mestiere che faccio. L'ho perso che avevo 12 anni. Poi concerti, tante messe la domenica mattina a San Pietro, messe private con il Papa, passeggiate per i giardini vaticani. Tutto con l'eccitazione di provare una esperienza non comune. La bella avventura finì l'11 febbraio del 1977. Quel pomeriggio, Padre Vittorio Catena nominò i cantori che, per evidente muta della voce, non potevano più rimanere nel coro. Incredulo ascoltai il mio nome ed esplosi in pianto. Ma come! Avevo appena compiuto 13 anni e già non ero più utile al coro? Alcuni arrivavano con la voce bianca fino ai 15, 16 anni!Fu un piccolo trauma che, dopo quello molto più grande di pochi mesi precedenti, la morte di mio padre, mi rattristò molto. Ricominciai subito con un'altra bell'avventura formativa. Paola, mia sorella, era nel reparto di un gruppo scout. Io mi iscrissi subito. Perché cito questa esperienza è presto detto. Nella tradizione scout la sera, di fronte al fuoco, il bivacco si anima delle canzoni (imparai, come autodidatta, a suonare la chitarra) e delle scenette inventate e recitate dai ragazzi, così alla buona ma con travestimenti e ruoli ben definiti, ispirandosi ai temi suggeriti dai capi. Beh, fu una palestra molto importante per capire che l'esibizione in pubblico mi era congeniale. Ricevevo tanti complimenti per le mie doti di recitazione, per il mio canto. Continuavo ad essere timidissimo, ma quel palco fatto d'erba e le luci tenui dei fuochi mi proiettavano nel lontano, ma non troppo, mondo del teatro. Passarono gli anni. Sostenni la maturità nel 1983. Divenni anche capo scout intorno ai vent'anni. Con l'esperienza scout ho imparato ad amare la montagna. Intensi percorsi con lo zaino in spalla, di notti in tenda canadese, per i boschi d'Abruzzo, Lazio, Umbria, Marche e Veneto. Ma, cosa più importante, sono nate amicizie profonde ed inossidabili che durano ormai da trent'anni! Già dai diciotto anni avevo cominciato a ripercorrere le vecchie orme. Tornai a cantare nel coro degli ex cantori diretto dallo stesso Padre Vittorio Catena, Maestro dei Pueri Cantores. Altra palestra musicale, altro debutto, dopo anni, sempre col cuore in gola. Fu lui il primo a dirmi che avevo ottime qualità e che avrei potuto fare il professionista. Disse anche che avevo voce di basso, ma a diciotto anni si è tutto e niente. Ero troppo giovane per capire realmente come si sarebbe evoluta la voce. Studiai con il Padre per alcuni mesi. Ma egli, sebbene preparatissimo, mi insegnava un'emissione concepita per il coro. Trattenuta, eccessivamente coperta, ovattata. Dovetti rivolgermi ad altri insegnanti per iniziare a far uscire la voce dalla gola. Mi presentai all'audizione per l'ammissione al Conservatorio. Preso. Mi sembrava tutto facile. Tutte le volte che facevo un saggio, un'audizione, venivo sempre apprezzato, lodato, sostenuto. Ogni sera ero a qualche prova con i cori più disparati. Ero richiesto. Leggevo bene la musica, cantavo con gusto ed ero sempre disponibile. Mia madre mi dava per disperso. Non ero mai in casa. A 21 anni, dopo un'audizione con il M° Bartolucci, entrai di nuovo nel Coro della Cappella Sistina. Nella sezione dei bassi. Ci cantai un anno senza ricevere nulla in cambio, terminando, però, quel periodo con una fantastica tournée di sedici concerti negli Stati Uniti. Lasciai quel coro per altri lidi: avevo vinto il concorso al Coro Sinfonico della Rai di Roma. Potevo ritenermi soddisfatto di avere un lavoro ambitissimo all'età di 22 anni? No. Iniziai a cercare un insegnante di canto. Un'avventura! E' un mondo su cui bisognerebbe fare un’inchiesta giornalistica. Un mondo dove ignoranti e matti sono la maggioranza. Prepotenti. Avidi. Presuntuosi. Bugiardi. Denigratori. Falliti. Con l'orologio alla mano. Se andavi bene era tutto merito loro. Se non capivi era solo colpa tua. L'insegnamento del canto deve essere una passione. Una ricerca su sé stessi innanzi tutto. Un lavoro giornaliero costante, con appuntamenti settimanali con l'insegnante. Con gli onorari che ancora oggi chiedono, solo i figli di papà si possono permettere due o tre lezioni settimanali. Io fortunatamente incontrai una donna equilibrata e molto realista. La Maestra Mirella Solenghi Ronconi che mi parlava di una misteriosa "C". Ho capito il significato di quella lettera diversi anni dopo. Il senso era di posizionare il palato duro, quello molle e la laringe in modo tale che ricreassero un'ampia, immaginaria "C" all'interno della bocca. Facile a dirsi........ meno a farsi! A lei chiesi se avrei mai potuto cantare l'opera nei grandi teatri. Strabuzzò gli occhi e rimase sorpresa della mia domanda: "Scusa ma quale è il motivo per cui studi?" mi rispose retoricamente. Nonostante tutti i complimenti e le lusinghe ricevuti, sono sempre stato cauto. Ho fatto sempre scelte abbastanza ponderate. Non ho mai ceduto al richiamo delle sirene. Mi hanno dato del fifone. Si fa presto a dire ad un ragazzo che non ha coraggio. Allo stesso modo le stesse persone che lo spronavano a bruciare le tappe, dopo qualche errore, fanno in fretta a dire che ha sbagliato tutto e che ormai è bruciato. Ne ho sentiti di colleghi che sembravano destinati a grandissime carriere. Molti si sono poi dovuti accontentare ed altri hanno proprio smesso! Decisi che dovevo lasciare un segno del mio passaggio nel mondo dell'opera, che non avevo fretta, come un maratoneta che non parte di gran carriera ma dosa le energie per percorrere tutto il lunghissimo percorso. Passo dopo passo. Nel 2006 ne ho compiuti venti di professionismo. Capitò che a Roma nel 1986 al Teatro Ghione si tenesse il Concorso di canto Giovanni Battista Pergolesi. Quell'anno mi presentai fuori concorso cantando "Farfallone amoroso"; fui subito ingaggiato per eseguire "Il Mottetto di Pasqua" di Pergolesi. Sei concerti in Germania. Il primo contratto della mia vita. Lo stesso anno una cara amica e compagna di conservatorio mi propose un'audizione con il dottor Rodolfo Celletti, il quale, dopo aver ascoltato la cassetta audio che gli inviai, volle conoscermi e sentire la voce dal vivo. Mi propose subito una piccola parte nell'opera "Il Pirata" di V. Bellini, che si sarebbe allestita al Festival della Valle d'Itria nel luglio 1987. Questo fu il mio debutto teatrale. Ora potrebbe sembrare che tutto nella professione sia andato facile e liscio. Non è affatto come sembra. L'inizio è stato in discesa, è vero, ma questa professione non ti permette il lusso di vivere sugli allori. La competizione è altissima e bisogna dare sempre conferma delle proprie doti e qualità. |
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